Il calcio, quello vero, quello affascinante, quello praticato e seguito da mezzo mondo, quello aggregante seppure nelle diversità dei colori delle maglie e della pelle, sta sbiadendo nei suoi valori fondanti, in controtendenza alla crescita deviante del business che lo caratterizza.
Il vortice affaristico non ha sentimento: guarda alla fonte di questo movimento, inquinando da subito la crescita tecnico-etica degli iniziati, complici anche molti genitori.
Sono molte le società che cercano di arginare questa nuova corrente distorta, che vaneggia per i propri beniamini un futuro patinato. Non è così: la realtà è cruda e fuorviante, e le cause di questo deragliamento di aspettative fasulle sono spesso i sogni dei genitori e gli interessi dei venditori di questi sogni.
In effetti, si sta assistendo all'arrivo di una nuova classe dirigente: i genitori, appunto. Pagano per far giocare la prole, quindi si arrogano il diritto di intervenire nelle faccende sportive che non appartengono loro. Ma lo fanno. Vanno in massa agli allenamenti e alle partite, sono pressanti e critici, giudicano. Figure imbarazzanti.
Questi atteggiamenti hanno portato il calcio dei ragazzini a spezzarsi in undici individualità: ognuno gioca per piacere e compiacere il proprio genitore. La pressione psicologica è alta e il ragazzo aumenta la sua tensione, con maggior rischio di scelte sbagliate nel gioco. Diventano icone da PlayStation, azionate dagli spalti e in famiglia. Così si perde qualità e talento, diventando anonimi praticanti senza gioco.
Giudizio feroce? Assolutamente no. Perché se al "fattore familiare" sommiamo la concausa di parecchi "istruttori dilettanti", che impongono i loro dettami insufficienti, si vanificano le qualità e le capacità di inventiva degli allievi. Devono giocare come pretendono i "maestri dilettanti". Ma i "maestri dilettanti", chi li ha istruiti?
Così, nella maggior parte dei casi, gli allievi hanno smesso di pensare. Devono eseguire. L'influenza di questo tipo di istruttori è aumentata di molto: sono replicanti di tendenze tattiche adatte ad altri scenari e applicate da altri attori. Non fanno giocare a calcio: lo fanno praticare.
E allora? Bisogna fare una pausa di riflessione, tutti, e ritornare a usare il meglio del passato applicandolo a nuove metodologie sostenibili per una crescita ponderata, sia fisica che didattica, permettendo agli aspiranti calciatori di esprimere le loro qualità senza reprimerle da logiche algoritmiche.
Certo, per mettere in piedi un vivaio degno di questo nome occorrono organizzazione, un po’ di fantasia e coraggio, la capacità di pensare in tempi medi e lunghi, e la voglia di credere nel calcio fino in fondo.
Cioè serve professionalità, un’attitudine alla creatività un po’ maggiore di quella della anonima sopravvivenza. Ci sarebbe da divertirsi: ragazzini, genitori e pallone, e il calcio non sarebbe solo preso a calci.









