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SPORT INTEGRATO | 13 aprile 2020, 13:00

Sebastiano Gravina: il bomber che segna guardando con il cuore

RESTIAMO A CASA - Sebastiano Gravina nasce a Triggiano, in provincia di Bari, il 10 ottobre 1990. Affetto da amaurosi congenita di Leber, una malattia che colpisce bastoncelli e retina, è cieco sin dalla nascita. Oggi è un uomo di 30 anni, felicemente sposato con Shadia, la donna con cui condivide le emozioni della vita … tutte al buio, sono entrambe ciechi

Sebastiano Gravina: il bomber che segna guardando con il cuore

Matto per il calcio, da sempre tifoso del Milan, sul rettangolo verde si ispira a Kakà anche se in campo ammette di somigliare spesso a Cassano, per colpa di alcuni atteggiamenti sopra le righe. Ma è un uomo vero, una persona che ha affrontato la sua disabilità con un animo incredibile ed una forza d’acciaio, togliendosi più di una soddisfazione nella sua carriera, condita da oltre cento goal ufficiali. “Ma non li ho mica contati, ci credi?”. Sebastiano è un calciatore della Quarto Tempo, campagne fiorentina impegnata nel campionato B1 della FISPIC (federazione Italiana Sport per Ipovedenti e Ciechi) e un punto fermo della nazionale italiana. Abbiamo voluto farci raccontare gli inizi, le esperienze, le difficoltà e le ambizioni incontrate fin qui sul suo straordinario percorso

Sebastiano racconta la sua vita in maniera molto semplice ma in modo chiaro: “Da piccolo davo la colpa ai miei genitori, non riuscivo a darmi pace per quel che vivevo. Crescendo ho capito che era destino che accadesse e che probabilmente ero la persona giusta per potere affrontare questa situazione. Ho cercato sempre di imparare, di fare tutto da solo, ero curioso e devo dire che questo mio modo di essere oggi mi aiuta ad essere autonomo al 90 per cento. Ho scoperto nel tempo cosa volevo da me, ponendomi degli obiettivi che ho cercato di raggiungere. Molti li ho realizzati. Sono un imprenditore (nel social networking), sono sposato e ho altri mille sogni da realizzare”.

Tanti spostamenti in giro per l’Italia e per l’Europa, contrassegnati da un filo conduttore comune: l’amore per il calcio. “A nove anni insieme alla mia famiglia ci trasferimmo dalla Puglia a Nizza, poi ancora qualche giro in Francia seguendo il lavoro di papà ed infine il ritorno in Italia, a Pietra Ligure. Da piccolo la mia famiglia spingeva per altro; volevano suonassi il pianoforte ma non mi ha mai appassionato tanto quanto il calcio. Crescendo, documentandomi e informandomi sono arrivato a scoprire che esisteva questa opportunità e non me la sono lasciata scappare. A 16 anni il mio inizio in questo bellissimo mondo che non ho più voluto lasciare” afferma convinto Gravina.

Gli esordi, le prime esperienze sul campo… “Ricordo la prima trasferta, a Lecce: era il gennaio del 2007 e mi unii sul treno di andata ai miei compagni, mai incontrati prima. Fu un viaggio incredibile, reso stupendo dalla vittoria per 1 a 0 con goal di D’Alessandro. Era la prima volta che viaggiavo insieme ad una squadra; non giocai nemmeno un minuto quel giorno ma ero gasatissimo, mi sembrava di sognare. Sai, realizzare un obiettivo è qualcosa di impagabile. Tra i miei ricordi però c’è anche l’esordio assoluto in campo contro l’Empoli in casa, dove feci anche una buona prestazione. Ma su tutti l’immagine più bella nella mia testa rimane Il primo goal contro Marche: ci fu un tiro di D’Alessandro da fuori area respinto da Ciarrapica, fui lesto a raccogliere la palla vicino la rimessa laterale e tirare di destro. Poi ricordo solo l’abbraccio a Di Malta, il mio primo allenatore. Se oggi sono l’uomo che sono, lo devo a lui e all’opportunità che mi ha concesso”.

“Il calcio mi ha dato la vita - continua Gravina - perché prima ero un appassionato di informatica che passava ore e ore al computer chiuso in una stanza. Lo sport mi ha dato la possibilità di scoprire il mondo fuori, viaggiare, fare gruppo, essere un atleta. Volevo questo, volevo essere autonomo, da li sono diventato una persona migliore. E’ stato il mio servizio di leva che sono convinto sia un’esperienza che ti fortifica e ti fa crescere”.

Dopo Liguria il trasferimento a Firenze, con mille sacrifici ma un obiettivo in testa ben chiaro. “A Firenze mi hanno voluto e io voglio contribuire a raggiungere lo scudetto. La società si è posta questo obiettivo da anni e io vorrei esserne uno dei protagonisti. Per giocare a Firenze faccio sacrifici, allenandomi una volta in palestra, correndo da solo e andando in Toscana per provare con la squadra. Per un allenamento passo due giorni fuori casa, un delirio, ma è una passione troppo grande quella che ho e non mi fermo!”. 

 

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In mezzo l’esperienza con la nazionale, il sogno di tutti i bambini che si approcciano a questo gioco e Sebastiano non ha dubbi:  “Il mio rapporto con la nazionale è straordinario. La prima convocazione fu nel 2009: ero in classe e ricevetti una chiamata sul cellulare. Andai in bagno per rispondere e mi dissero che dovevo presentarmi al raduno. Ero giovane, non avevo capito l’importanza di quella chiamata e così non andai all’allenamento con la nazionale. Per fortuna mi hanno richiamato. Difendere i colori della tua squadra, del tuo club è bellissimo, ma quando indossi la maglia azzurra è molto di più. Devi viverla come esperienza per spiegare cosa ti succede ed io auguro a tutti di poter godere di questo privilegio. Ho fatto tre europei nella mia carriera e ricordo che in Turchia non dovevo nemmeno partire. L’infortunio di D’Alessandro mi aprì le porte della nazionale. Entrai nel secondo tempo della prima gara, da li non sono più uscito. Spero solo che un giorno riusciremo a coronare il sogno di arrivare a giocarci un Mondiale o una Paralimpiade, sarebbe il coronamento di un percorso bellissimo”. 

Nell’immaginario collettivo rimarrà per sempre il goal capolavoro contro la Romania agli Europei di Roma, un coast to coast che l’attaccante azzurro racconta con queste parole: “Non è stato il goal più bello in assoluto nella mia carriera, ma in quel goal c’è tutto quello che mi piace fare: dribblare, calciare e giocare!”

Molti gli avversari affrontati nella sua carriera, ma se deve fare dei nomi allora dubbi non ci sono:  “Non posso non citare Fabrizio D’Alessandro, un compagno, un amico nonché mio testimone di nozze. Lui era più grande di me, io un ragazzo che si avvinava per la prima volta al campo. Mi ha insegnato tanto, mi ha aiutato a crescere come calciatore. A livello mondiale dico “el nino” Antonio Martin Gaetan: un fenomeno, in campo e fuori”.

La mancanza di un senso fondamentale come la vista non ha mai frenato la voglia di andare avanti del trentenne barese: “La vista è un senso fondamentale, ma tutti gli altri sensi insieme suonano una grande musica in un’ orchestra perfetta. La vista spesso è sopravvaluta, domina gli altri sensi. Questo è sbagliato perché nonostante la sua mancanza si può fare tutto, con tutte le dovute accortezze, ma veramente non ci sono limiti. Non cambia l’obiettivo, cambia solo la prospettiva. Un calciatore non vedente che diventasse per magia vedente sarebbe un fenomeno; abbiamo udito, percezione dello spazio, sensibilità nel tocco superiore alla media. Prendiamo un giocatore professionista, il più forte al mondo e togliamogli la vista con una benda, vediamo cosa succede? Troppe volte ci dimentichiamo che è possibile guardare con le orecchie e con il cuore!”

Tutto bellissimo, ma se Gravina dovesse andare a cercare il pelo nell’uovo all’ora non ci sarebbero dubbi: “Mi piacerebbe che ci fosse più attenzione mediatica. Non per apparire, ma per lanciare un messaggio alle persone vedenti, perché anche noi possiamo essere un modello e un punto di riferimento importante”.

 

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