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ATLETICA | 30 dicembre 2019, 14:52

Cosa resterà di questi Anni Dieci?

e storie, i personaggi, i trend di un decennio di atletica mondiale: il dominio di Usain Bolt, i confini spostati in maratona, la caduta di record che sembravano imbattibili

Usain Bolt

Usain Bolt

Fine degli Anni Dieci. Formalmente anche il 2020 dovrebbe farne parte, così come il 2000 rientra ancora nel XX secolo. Non è il caso di sottilizzare, ma di intraprendere un viaggio a ritroso, per accarezzare alcuni dei motivi e dei momenti che li hanno scanditi. Il materiale è di prima qualità.  

PRIMA DI BOLT, DOPO BOLT - Usain Bolt li ha anticipati, li ha attraversati, li ha annichiliti. Qualcuno ha detto che la stagione del Lampo è un’era da storicizzare con un paio di sigle: p.B., d.B, prima di Bolt, dopo Bolt. Pechino e Berlino – e quei due record inarrivabili, persino per il suo autore e creatore – diventano le gigantesche premesse di quanto è venuto dopo: la falsa partenza di Daegu, memorabile quanto una vittoria, il marchio impresso sui Giochi di Londra con esiti (9.63 e 19.32) che riportano nei pressi del meraviglioso agosto all’Olympiastadion, la capacità di negare due volte il titolo al reprobo Justin Gatlin (alla terza, si è arreso, invitando il pubblico londinese a non fischiare il vincitore), l’Olimpiade del lungo addio a Rio, il saluto finale a Londra 2017. Quel bronzo è una piccola macchia brunita in una collezione che sembra Fort Knox: 19 medaglie d’oro ai Giochi e a Mondiali. Un raccolto da nuotatore per chi è riuscito a penetrare nell’atmosfera che ci circonda. Domanda iperbolica, da cronache marziane: se, dopo opportuno ambientamento e attendendo il colpo di vento giusto, Usain fosse andato a cercare l’assoluto a 2000 metri di quota, oggi quei record dove sarebbero collocati? 

RIVOLUZIONE MARATONA - Eliud Kipchoge è stato eletto Atleta dell’Anno nel 2018 per il record mondiale di maratona migliorato di un’ottantina di secondi. Ha stretto nelle mani il secondo Oscar un anno dopo per un’impresa fuori dagli schemi: un’antica e conservatrice IAAF lo avrebbe squalificato. Oggi hanno prevalso il senso e la consistenza dell’impresa. Correre 42 km in meno di due ore – con l’aiuto di una legione di lepri, ma utilizzando un cervello e due gambe – è finito nel repertorio, atteso e affascinante, dei limiti cercati e raggiunti, come Hillary in cima all’Everest, come Piccard in fondo alla Fossa delle Marianne, come Armstrong sulla luna. È stato lungo questo succedersi di anni, di stagioni, che Eliud è diventato maratoneta (pressoché imbattibile, un secondo posto dietro Kipsang da record del mondo ed è tutto in fatto di rese), destinato a vestire il ruolo del più grande della storia. Come esploratore lo è già. Il rilievo statistico su queste stagioni offre un quadro unico, degno di una rivoluzione globale e totale: i primi quindici, e 43 delle 44 migliori prestazioni di sempre, sono venuti tra il 2011 e il 2019 (fanno eccezione soltanto le 2h03:59 di Haile Gebrselassie nel 2008). A palmi, un “accorciamento” virtuale di un almeno chilometro. Stessi progressi registrati nelle 26 miglia corse dalle donne: i tempi sotto le 2h20 sono diventati normalità.

SUDAFRICA TRA FENOMENI E DIBATTITI - La nazione giovane, liberata e libera, la nazione arcobaleno non poteva che offrirsi sfaccettata come i brillanti, figli ripuliti dei diamanti che arrivano dalle viscere di quel paese, il Sudafrica: Wayde van Niekerk, Oscar Pistorius, Caster Semenya sono i tre volti affascinanti, problematici, capaci di scatenare dibattiti, controversie, di offrire giri di pista con le ali ai piedi, traguardi di uguaglianza, superamento di confini, ma anche infortuni rovinosi, spari nella notte, sangue, una condanna per omicidio, controversie delicate su quel che un tempo veniva chiamato sesso e ora è stato ribattezzato genere.

Le vittorie di Wayde, sintesi di molte linee di sangue che lo hanno portato a ridosso dei 43 secondi, la possibilità di essere normale di Oscar a Londra 2012 prima di quel dramma del mistero, forse della gelosia, il lungo monopolio scandito dalla superiorità di Caster, giunta a meno di un secondo da Jarmila Kratochvilova, sino ai nuovi regolamenti, alle nuove imposizioni e al suo rifiuto di aderirvi, sono i rivoli che, sempre più ingrossati, hanno creato correnti, fremiti diventati scosse telluriche.

LAVILLENIE PIÙ DI BUBKA - Il 15 febbraio 2014 è una data che rimarrà nella storia quanto il 25 maggio 1935 dei sei capolavori di Jesse Owens a Ann Arbor o il 6 maggio 1954 quando Roger Bannister varcò le colonne d’Ercole dei 4 minuti nel miglio. Quel giorno Renaud Lavillenie, che per complessione fisica qualcuno ha accostato a Peter Pan, salì a 6,16 ponendo fine a un regno che, a parte i dieci minuti strappati da Thierry Vigneron nel testa a testa dell’84 all’Olimpico, aveva avuto un solo padrone e viaggiatore in spazi sempre più profondi: Sergey Bubka. Renaud, appassionato di moto e di rugby, concesse l’ascensione nel meeting organizzato nella città non di nascita, ma d’elezione, del formidabile ucraino: Donetsk.  

I VITRUVIANI DEL DECATHLON - Eaton e Mayer: nomi brevi e fatiche lunghe per i due che per struttura sono stati accostati all’uomo vitruviano di Leonardo e che in tre successivi capitoli hanno dato al decathlon la fisionomia di sfida assoluta, coinvolgente per chi all’atletica dona affetto sincero e profondo, non superficiale. Ashton e Kevin, molto diversi: l’americano sintesi di razze – come un bel nugolo di predecessori – sapeva scalare picchi inusitati (siano sufficienti 10.21, 8,23 e soprattutto 45.00), il francese di radici alsaziane, progredito nella meridionale Montpellier, è alla costante ricerca di un equilibrio su alte frequenze. Eaton si è ritirato giovane, lasciando il campo a chi, reduce da un euroflop, un mese dopo ha chiuso le due giornate a quota 9126. È avvenuto poche ore dopo le 2h01:39 di Kipchoge e così anche quel 16 settembre 2018 merita l’ingresso nelle date chiave.

VIA I RECORD CINESI - Sono stati necessari lunghi anni ma i domini di quel che venne etichettato come il Reparto Rosso Femminile di Ma Junren sono stati erosi. Dopo un quarto di secolo abbondante, resiste solo lo stordente, irreale 8:06.11 di Wang Junxia che qualche giorno prima, era l’8 settembre 1993, aveva spazzato via il record del mondo dei 10.000: 42 secondi in una volta sola. Quel tempo è stato “decapitato”, per 14 secondi, dal peso piuma Almaz Ayana ai Giochi di Rio. Un anno prima era toccato a un’altra etiope, la bella Genzebe Dibaba, continuatrice di una robusta tradizione famigliare, impadronirsi del record dei 1500 di Qu Yunxia, avvicinando la barriera dei 3:50.

RUDISHA: "POTRESTI FARTI MALE..." - Non è facile tirare le somme in questo caleidoscopio di volti, di imprese che hanno popolato un decennio. Se deve essere l’emozione vissuta in un momento, e ancora accesa nella coscienza, a guidare nella scelta, allora non si può che finire al 9 agosto 2012, stadio Olimpico di Londra: la sera di David Rudisha, scanditore di ritmo di se stesso, creatore del più grande 800 della storia, capace, prima di prendere il via, di una battuta lieve e memorabile, sussurrata al giovane Timothy Kitum: “Non venirmi dietro, potresti farti male”. Tim obbedì: David primo, 1:40.91; lui terzo, 1:42:53. Dal pubblico, più che gioia isterica, venne un respiro profondo come il mare.

di Giorgio Cimbrico

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